Intervista a Giancarlo Fares
ATTORE, REGISTA, PEDAGOGO
Con questa intervista a Giancarlo Fares vorremmo raccontare non soltanto il suo percorso di attore e regista, ma anche il lavoro che svolge come docente presso Kairos Teatro.
L’obiettivo è far emergere la sua visione del mestiere dell’attore, il valore della formazione e il rapporto che costruisce con gli allievi.
– 1. Nel suo percorso ha attraversato scuole e visioni teatrali molto diverse, dal metodo Stanislavskij alla biomeccanica, fino all’incontro con Eugenio Barba e Anatolij Vassiliev. Come si trasformano insegnamenti apparentemente differenti in un metodo personale, senza ridursi a una semplice somma di tecniche?
Ritengo che ogni Pedagogo, come d’altronde ogni Attore o Attrice, debbano costruirsi il proprio “Metodo di lavoro”. Esso deriva dalle esperienze fatte e dalla capacità personale di mescolarle rendendole fluide e funzionali. Bisogna conoscere a fondo la materia e avere la possibilità di fare esperienze teatrali e cinematografiche per comprendere la tecnica e saperla applicare. Io faccio Teatro dal 1987 e insegno dal 1998. Con il tempo sono riuscito a mettere insieme i pezzi del mio vissuto e delle mie esperienze, ad affinare la tecnica come pedagogo, ma anche come regista e attore. E ancor oggi non smetto di studiare ed essere curioso. Amo il mio lavoro.
– 2. Lei ha definito l’attore anche come un “artigiano” che continua a studiare. In un’epoca in cui molti giovani cercano risultati e visibilità immediati. Che cosa significa davvero imparare il mestiere dell’attore?
Significa, come in ogni altra arte: studio teorico della materia, approfondimento attraverso visione di spettacoli e opere cinematografiche, dedizione quotidiana all’esercizio per affinare la tecnica, raggiungere traguardi prefissati e andare oltre i traguardi raggiunti. Un lavoro che può durare anche tutta la vita. Risultati e visibilità immediati sono effimeri, senza lo studio e la pratica si è destinati a diventare meteore e inevitabilmente a regredire.
– 3. Dopo essere stato diretto come attore, aver diretto altri interpreti e aver formato generazioni di allievi, che cosa riesce a vedere oggi in un giovane attore che forse lui stesso non è ancora in grado di riconoscere?
Prima di tutto riesco a comprendere le lacune, poi con un po’ più di tempo anche le doti. A quel punto cerco di appassionarlo allo studio della materia e, attraverso esercizi mirati, farlo lavorare per essere il più completo possibile. Ritengo che bisogna usare con molta parsimonia la parola “Talento”. In molti casi può diventare una vera e propria arma a doppio taglio, addirittura pericolosa in un percorso di formazione.
– 4. In molti suoi spettacoli il corpo, il movimento, la musica e il ritmo diventano parte della drammaturgia. Quanto deve imparare un attore a “pensare con il corpo” prima ancora di affidarsi alla parola?
“La parola può mentire, il corpo non mente mai”. Per rispondere a questa domanda cito un aforisma di Pina Bausch. Il corpo pensante, drammaturgico, poetico, appartiene ai grandi attori. La parola, per essere vera, deve essere influenzata dal corpo. Il “metodo”, di cui abbiamo parlato sopra, insegna un “processo interpretativo”, processo in cui la parola è l’ultima fase, il risultato del processo stesso.
– 5. Ha lavorato su testi molto diversi e ha portato in teatro anche opere già presenti nell’immaginario collettivo. Quando si affronta un’opera conosciuta dal pubblico, come si trova una nuova verità teatrale senza limitarsi a riprodurre ciò che tutti ricordano?
Non può esistere, nell’arte, la ripetizione. Ogni volta è una interpretazione. Una traduzione dell’opera. Una “riflessione”, dal punto di vista del regista, degli attori e delle attrici. Ogni volta con una nuova formazione (compagnia-cast), ogni volta in età anagrafica diversa, in luoghi diversi, con la vita e la storia che influenzano il nostro essere e il nostro pensare e quindi anche l’interpretazione. Pensiamo ai musicisti, che suonano le stesse note scritte in uno spartito, eppure ogni interpretazione è storia a sé. Anche un copista, nella pittura, nella sua perfetta imitazione dell’opera, metterà un microscopico tocco soggettivo. Ogni volta lo spettacolo ha un margine previsto di improvvisazione. Un margine più o meno ristretto, ma che esiste ogni sera e rende “vero” lo spettacolo. Tutti i grandi maestri insegnano attraverso l’improvvisazione, è una componente fondamentale.
– 6. Nel corso della sua carriera ha diretto interpreti affermati e allievi alle prime esperienze. Che differenza esiste tra dirigere un attore già consapevole dei propri strumenti e accompagnare un allievo che deve ancora costruirli?
Quando un attore è esperto, consapevole dei propri mezzi e disciplinato, diventa per il regista come il “Mr Wolf” del film Pulp Fiction: Risolve problemi. In autonomia, aggiungo io. Perché in quei casi, gli attori sono al pari del regista. Chi non possiede queste capacità va guidato. Durante la regia, talvolta, si continua l’operato pedagogico. Molto spesso con i giovani, ma anche con qualche collega più in là con gli anni. Alcuni attori o attrici si presentano dicendo: “Sarò creta nelle tue mani, fa di me ciò che vuoi.” Forse per alcuni registi questi sono gli attori ideali, io non li amo molto. L’attore deve correre rischi, ogni volta. “Senza crisi non c’è crescita” diceva Einstein. L’esperienza insegna anche questo, e con la tecnica e la disciplina si risolvono i problemi. Il regista, dal canto suo, deve essere il più preparato di tutti. Il lavoro di un regista comincia molto tempo prima della prima prova o del primo ciak. Per me la regia consiste nell’avere una visione della messinscena, e al contempo, possedere i mezzi tecnici e psicologici per mettere l’attore in condizione di esprimersi al meglio delle sue capacità. Il risultato di questa collaborazione è “l’opera”. Che talvolta viene definita “d’arte”.
– 7. Quando un allievo entra per la prima volta in Kairos Teatro porta con sé desiderio, timidezza, ambizione e spesso anche un’immagine idealizzata della recitazione. Qual è la prima convinzione che cerca di mettere in discussione?
Prima di tutto cerco di sradicare l’immagine idealizzata della recitazione. Siamo “Artigiani di una tradizione vivente” (Jacques Copeau). Poi sostituiamo la parola “recitazione” con la parola “interpretazione”. A quel punto cominciamo a studiare con un metodo, per evitare dispersioni di energie frutto di esperimenti fallimentari. Il metodo serve a questo. Desiderio, timidezza e ambizione devono essere coltivati; sono componenti importanti di un’attrice o di un attore.
– 8. Nella formazione proposta presso Kairos Teatro, quanto conta condurre l’allievo verso un risultato scenico e quanto, invece, insegnargli un processo di lavoro che possa accompagnarlo per tutta la vita professionale?
Dipende da che tipo di corso si sta frequentando. In Kairos Teatro ci sono tanti corsi, da quelli per principianti dedicati a persone che si avvicinano per la prima volta all’esperienza teatrale, ai corsi che propongono principalmente il risultato scenico perché è quello che chiedono gli allievi. Vogliono principalmente andare in scena. In quel caso la pedagogia è ridotta e viene svolta durante le prove della messinscena. In altri corsi si propone un percorso più professionale, all’interno del quale, durante l’anno, ci si sofferma maggiormente su concetti metodologici che vengono messi in pratica attraverso esercizi mirati. E poi vi sono i master di specializzazione. Per chi vuole approfondire determinate materie. Kairos Teatro offre una grande varietà di corsi, diretti da docenti molto qualificati. Il tutto in una sede confortevole e curata, con cinque sale: Sala Teatro (con Teatro attrezzato), Sala Danza (con specchi), Sala Prove (con specchi) Sala Lettura in Viale Gottardo, più un’altra sala con palcoscenico a Via Domenico Comparetti, più spogliatoi per uomini e donne, servizi igienici e camerini. Il luogo di lavoro è molto importante e fa la differenza sia per i docenti che per gli allievi.
– 9. Il teatro richiede ascolto, disciplina, presenza e capacità di entrare in relazione. Quali trasformazioni ha visto negli allievi di Kairos Teatro anche quando il loro obiettivo iniziale non era diventare attori professionisti?
Negli anni ho visto allievi crescere e migliorarsi notevolmente. Alcuni di loro sono diventati dei professionisti stimati, altri pur rimanendo in ambito amatoriale sono diventati molto bravi e continuano a perfezionarsi attraverso le proposte continue di apprendimento che Kairos Teatro offre.
Per me non vi è soddisfazione più grande che vederli crescere, migliorarsi e raggiungere traguardi fino a poco tempo prima insperati. Ultimamente, alcuni gruppi di allievi, dopo tanti anni di frequentazione dei corsi, con il supporto di Kairos Teatro, si sono consorziati, diventando compagnie stabili che propongono spettacoli di ottimo livello.
– 10. Dopo tanti anni trascorsi tra palcoscenico, regia e insegnamento, che cosa spera rimanga davvero in un allievo al termine di un percorso con lei presso Kairos Teatro: una tecnica, un metodo, una maggiore libertà o un modo diverso di guardare sé stesso e gli altri?
Tutte e quattro le cose. Sicuramente dei mezzi tecnici che permettano una espressione attoriale consapevole, frutto di un lavoro metodologico e capillare. Nulla in Kairos Teatro è lasciato al caso. La maggiore libertà è uno dei risultati più evidenti dei percorsi offerti, sia sul piano attoriale che nella vita di tutti i giorni. Vi è una necessaria introspezione all’interno del percorso attoriale, che genera una maggiore conoscenza di sé stessi, delle proprie emozioni e delle proprie paure. L’arte è terapeutica per chi decide di inserirla nella propria vita.
Grazie
