Intervista a Ivan Ristallo

Attore, Coreografo, Danzatore professionista

Ivan Ristallo, attore, coreografo e danzatore professionista, porta nel suo lavoro una visione della scena in cui corpo, emozione e trasformazione diventano un unico linguaggio.

In questa intervista racconta il suo incontro con Lindsay Kemp, il valore del Teatro Danza e il modo in cui accompagna gli allievi di Kairos Teatro alla scoperta di una presenza scenica autentica.

Intervista a Ivan Ristallo
Attore, Coreografo, Danzatore professionista

1. L’incontro con Lindsay Kemp ha rappresentato un passaggio decisivo della tua formazione. Qual è stata la prima cosa che Kemp ha visto in te prima ancora che tu riuscissi a riconoscerla da solo?

Credo che Lindsay abbia visto una necessità espressiva. Prima ancora della tecnica, ha percepito il desiderio di raccontare qualcosa attraverso il corpo, la disponibilità a trasformarmi e a mettermi in gioco completamente. Un interprete non è soltanto qualcuno che esegue, ma qualcuno che cerca continuamente una verità scenica. Forse ha visto in me una fragilità che poteva diventare forza creativa.

 

2. Essere primo ballerino della Lindsay Kemp Company significa entrare in un universo nel quale danza, teatro, immagine e trasformazione convivono continuamente. Quale parte di quell’esperienza ha modificato più profondamente il tuo modo di stare in scena?

La cosa che più ha cambiato il mio modo di stare in scena è stata la consapevolezza che ogni gesto deve avere un’anima, che il movimento non nasce soltanto dal corpo ma da un mondo interiore. Con lui ho imparato che il palcoscenico è un luogo di presenza prima e poi di trasformazione, che il silenzio, uno sguardo o una pausa possono avere la stessa forza di una grande azione.

 

3. Molti attori concentrano inizialmente il proprio lavoro sulla voce, sul testo e sull’intenzione psicologica. Che cosa cambia nella costruzione di un personaggio quando si parte invece dal suo peso, dal respiro, dal ritmo e dal modo in cui occupa lo spazio?

Il corpo è già un racconto prima ancora che venga pronunciata una parola, Pina Baush diceva: “Quando non si sa più cosa dire, comincia la danza.” Partire dal corpo permette di scoprire aspetti del personaggio che spesso la mente non riesce a raggiungere. Il modo di camminare, respirare, fermarsi o occupare uno spazio rivela la sua storia, le sue paure, i suoi desideri. Il personaggio nasce così da una presenza concreta, non soltanto da un’interpretazione intellettuale.

 

4. Esiste una differenza importante tra un movimento esteticamente bello e un movimento teatralmente necessario. Come aiuti gli allievi della Kairos Teatro a riconoscere questa differenza?

Cerco di insegnare agli allievi che la bellezza non è il punto di arrivo. Un movimento può essere tecnicamente perfetto ma vuoto, mentre un gesto semplice può avere una grande forza teatrale se nasce da una necessità autentica. Li invito a chiedersi sempre: “Perché questo gesto esiste? Che cosa racconta?”. Il corpo deve essere al servizio dell’emozione e della narrazione.

 

5. Il tuo corso accoglie anche persone che non provengono dalla danza e che possono vivere il proprio corpo con timore o rigidità. Qual è la trasformazione più sorprendente che hai visto avvenire in un allievo attraverso il Teatro Danza?

La trasformazione più bella è vedere una persona che inizialmente pensa di non avere un corpo adatto alla scena scoprire invece un proprio linguaggio. Il Teatro Danza non chiede di essere perfetti, chiede di essere presenti. Quando un allievo supera il giudizio verso se stesso e trova il coraggio di esprimersi, avviene una vera trasformazione artistica e, soprattutto, umana.

 

6. Quando coreografi uno spettacolo della scuola, devi valorizzare corpi, esperienze e livelli tecnici differenti. Come trasformi queste diversità in una forza scenica, invece di cercare di uniformare tutti gli interpreti?

La diversità è una ricchezza. Non cerco di uniformare, ma invito a creare presenze autentiche. Ogni interprete porta sul palco la propria storia, il proprio modo di muoversi e la propria sensibilità. Il mio compito è trovare il punto in cui queste individualità possono dialogare e diventare un unico organismo scenico.

 

7. Dopo la scomparsa di Lindsay Kemp, trasmettere il suo insegnamento comporta anche una responsabilità. Come si può custodire il lavoro di un Maestro senza imitarlo e senza trasformarlo in un linguaggio fermo nel tempo?

Credo che il modo migliore per onorare un Maestro sia continuare la ricerca che lui ha iniziato, non copiarne la forma. Lindsay era un artista in continua evoluzione, quindi i suoi insegnamenti più grandi sono proprio la libertà creativa e la ricerca. Trasmettere il suo spirito significa mantenere viva la poesia, l’immaginazione e il coraggio di cercare nuove strade.

 

8. Se un allievo, al termine del percorso alla Kairos Teatro, dimenticasse gli esercizi e le coreografie ma conservasse una sola consapevolezza appresa durante le tue lezioni, quale vorresti che fosse?

Vorrei che conservasse la consapevolezza di essere un corpo creativo, capace di comunicare e raccontare. La tecnica è importante, ma ciò che rimane davvero è la capacità di ascoltarsi, di essere presenti e di avere il coraggio di mostrare la propria unicità. La scena, prima di essere un luogo dove esibirsi, è un luogo da condividere con gli altri per trovare sé stessi